Un piccolo concerto. Racchiuso tra le pareti di uno studio di registrazione romano. Orchestra, telecamere, cuffie per i pochi ascoltatori. Così Claudio Baglioni ha deciso di presentare il suo nuovo lavoro quellideglialtri tutti qui. Trenta brani, ventinove per essere precisi, nati nel giro di un decennio incantato - quello tra il '58 e il '68 con l'unica eccezione di Emozioni, del '70 - e sopravvissuti fino a oggi.
Senza invecchiare e con il potere di riuscire a trasportare ancora, ogni volta, indietro nel tempo, fino a giorni più spensierati, più semplici. "Mai per la musica italiana c'è stata una stagione bella come quel decennio - ha detto il cantautore nelle sue inusuali vesti di interprete -. Quello che ho fatto è stato un viaggio sentimentale. Un ritorno alle origini. Quando quelle note mi spinsero a iniziare, nel '65".
E' una dichiarazione d'amore quella che Baglioni ha deciso di fare con il suo nuovo album. Una serenata sotto la finestra di un periodo che appartiene ancora a tutti. E non è un caso che sia stato Il nostro concerto di Bindi e Calabrese, il brano scelto per iniziare il viaggio di fronte ai pochi spettatori che avevano la possibilità di togliere le cuffie e di sentire Baglioni cantare come se fosse a casa, senza alterazioni da microfono, senza palco, senza distanza. Non arrosire di Gaber, Io che amo solo te di Endrigo, Il mondo, Vedrai vedrai, Lontano lontano, Se telefonando sono brani generosi. Altruisti. Che riescono a essere posseduti da chi li canta. O quantomeno a dargli l'impressione che sia così. Nel tempo sono stati afferrati da tante voci, ritoccati da altrettanti arrangiamenti, modernizzati, minimalizzati, shakerati. E ogni volta sono tornati indietro stropicciati ma intatti, puri. "Quando ho deciso di riprendere pezzi che per me avevano contato così tanto, non avevo nessuna intenzione di stravolgerli. Volevo invece rispettarne l'essenza il più possibile perché non perdessero la magia che li caratterizzava. Allora come oggi" spiega attento Baglioni mentre sembra quasi stia ringraziando in silenzio cantautori e autori d'altri tempi. Padri putativi in alcuni casi ormai scomparsi.
Alle sue spalle, l'orchestra ha suonato tutti i brani dell'album ingentilendone le differenze. Espandendoli in alcuni momenti, restringendoli in altri ma permettendo a Baglioni di impersonare canzoni che nella testa di tutti risuonano da sempre con le voci di Rita Pavone, di Gino Paoli, di Modugno o di Battisti. E Baglioni con il suo inconfondibile modo di cantare durante il piccolo concerto ha riportato inevitabilmente in vita il tempo dei suoi inizi, quello dei primi successi, che lui rinnega gentile ma che in molti spesso richiedono indietro. "Tanto tempo fa avevo grandi occhiali dalla strana montatura e capelli lunghi. Neri, come quelli che ha ancora Paul Anka oggi - scherza Baglioni -. Nel mio caso non guardo volentieri al passato. Ma nei confronti degli autori che ho messo nell'album è diverso - spiega -. I loro sono pezzi immortali, che sono ancora in viaggio, che riuscivano a farmi sognare e ci riescono ancora".
Il piccolo concerto ha mantenuto i pezzi immortali tra le mura dello studio romano. Rispettandone l'essenza come una promessa mantenuta. Nei limiti del possibile. Perché se è strano pensare di sentire Baglioni cantare il Morandi di C'era un ragazzo, è nello stesso tempo molto familiare sentirlo raccontare ancora delle storie. In tour queste canzoni non ci arriveranno, Baglioni ha deciso di proteggerle nel suo doppio CD. Perché non prendano freddo. E conservino la magia. Fonte: www.kwmusica.kataweb.it |